Concerto Inaugurale

CONCERTO INAUGURALE

SABATO 3 OTTOBRE ORE 21,15
CAPPELLA DEI CONTADINI

Note di Sala

Dal genio sublime di Bach alla fantasia burrascosa di Balakjrev, dal romanticismo di Schumann all’ardire contemporaneo di Marco Stoppa, il concerto di stasera sembra volersi snodare attraverso le più varie rifrazioni possibili, del gesto e del colore, al pianoforte. L’apertura è così affidata allo schiudersi vasto della Passacaglia in Do minore di Johann S. Bach, pagina che si apre in volute con- trappuntisticamente così solide da ricordare idealmente l’architet- tura gotica di una maestosa cattedrale. Su tema gregoriano (già in una Messa seicentesca per organo di A. Raison), poi vieppiù arti- colato in una teoria di venti Variazioni – più ‘tema fugato’ finale – la Passacaglia evolve in un continuo mutamento che pare avvitarsi come in un’immensa spirale, irrefrenabile, in continua ascensione. Scritta per organo (anche se alcuni ne ritengono probabile l’origine cembalistica), vi è come riassunto un saggio di massimo virtuosi- smo: febbrile intreccio contrappuntistico, voluttuoso intreccio dei trilli, un’espansione sonora che par quasi sconfinata, e infine un ribollente tumulto espressivo (sull’organo affidato sovente ai pe- dali). Tutto materiale che Mariangela Vacatello ovviamente reim- piega, e con ispirata sapienza, per un’eccellente trascrizione che se trasfigura l’originale lo fa in una pagina di smagliante pianismo.

Proprio forse a contrasto con la densità di questo capolavo- ro della prima produzione bachiana, o perché no in dialogo, in- vece, con la fitta rete di tracce simboliche e numerologiche della Passacaglia (su tutte la Trinità, ed il ritorno ossessivo, nella strut- tura come nella scrittura, dei numeri 3, 7 e 12 – tutti ovviamen- te di evidente significato cristiano), il lavoro di Marco Stroppa fa propria sia la sapienza del Kantor tedesco, sia omaggi diversi alla più colta tradizione successiva (il più evidente tra i quali è qui a Claude Debussy, ed ai suoi stessi Études). In una ricerca continua delle potenzialità espressive, e nello scavo inesausto della sonori- tà – materica a volte (come estratta ‘a scalpello’ dalla durezza di un marmo), eterea alle altre, persino pulviscolare – i Trois Études di questo itaiano contemporaneo paiono quasi dell’impressionismo debussyano una post-novecentesca parafrasi: ‘per i cinque suoni’ il primo, con eco quasi stravinskiane; ‘per le terze insensibili’ il secondo, con durezze e languori alla Bartòk; ‘per gli otto suoni vi- vaci’ infine che, con energetiche agitazioni, ha un che di Skrjabin.

Una strana inquietudine s’insinua però in queste pagine, e sarebbe riduttivo motivarla nell’urto del paragone con Bach. Proprio un che di febbrile che invece esplode subito nel primo numero dei Kreisleriana di Robert Schumann, massimo esempio di un genio cui in musica dobbiamo la codificazione stessa del concetto ‘romantico’. Vivacissima e inquieta, la personalità di Schumann era facile a incendiarsi per le fantasie letterarie della narrativa ottocentesca. Due in particolare le letture che più lo avvincevano, di quelle che segnano una vita, un’estetica intera, una concezione del mondo: Johann Paul Richter ed Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Scapi- gliati, burrascosi e romantici, a capo di una corrente letteraria che suggerì non ultimo alcune riflessioni allo stesso Freud, Jean Paul e Hoffmann erano e sono maestri del notturno, dell’indistinto, nel volersi avventurare in quei recessi dell’animo dove si è più facile pre- da degli sconvolgimenti del cuore. E di molti sconvolgimenti sono piene le pagine dei Kreisleriana op. 16, nel tumultuoso avvicendarsi d’incubi e sogni, di rapinose allucinazioni e di deliquio poetico. «Di tutte le composizioni degli anni intorno al 1838, Kreisleriana mi è la più cara», confessò lo stesso compositore. «Il titolo non può esser compreso che dai tedeschi. Kreisler è un personaggio creato da Hof- fmann, ed è un maestro di cappella strano, esaltato, spirituale…». Strano personaggio, in effetti, questo sghembo musicista, da Schu- mann prescelto come ulteriore alter-ego del suo creare poetico. Del resto, nei suoi rapidi squarci sul pianismo più schumanniano possi- bile, Kreisleriana si disvela anche come autoritratto vero e proprio, in musica, per una sorta di ‘intima confessione sonora’, d’un genio irrequieto e come altri mai insoddisfatto proprio perché incapace di porre alcun freno all’urgenza possente del proprio fantasticare. Sulla scorta quasi della ‘cavalcata notturna’ schumanniana che pare lasciarci in un mondo fiabesco di notti interrotte, tra sogni e visio- ni, la pagina conclusiva di questo concerto ci trasporta in un’ultima dimensione fantastica: la rocciosa regione delle Montagne del Cau- caso, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, proprio al confine dell’Europa con l’Asia. «La bellezza grandiosa di questo lussureggiante paesaggio naturale, così come la fascinosa bellezza dei suoi abitanti, tutto la- sciò in me un’impressione profonda. Ero lì per studiare la musica popolare di quei luoghi e una di quelle melodie, chiamata Islamej e suonatemi al violino da un principe circasso, mi colpì in particolar modo…Cominciai così ad arrangiarla per il pianoforte». Così scri- veva il russo Milij Alexej’evic Balakjrev all’amico Eduard Ries. rac- contando delle sue escursioni vagamente ‘etno-musicologiche’ nel Caucaso: ne scaturì una vivace sollecitazione alla fantasia del com- positore, padre del nazionalismo russo ottocentesco. In soli 4 giorni (dal 21 al 25 settembre 1869) l’opera era conclusa, impervio gine- praio di violenti tecnicismi che affascinerà per anni molti grandi pianisti e compositori: Borodin e Rimskij-Korsakov ne tratterranno un’eco nei loro Principe Igor e Shehérazade; un giovane Skrjabin arriverà a danneggiarsi una mano durante lo studio ossessivo del brano; Ravel infine sosterrà molti anni più tardi di aver composto il suo Gaspard della Nuit con l’esplicito intento di scrivere «qualcosa di più difficile dell’Islamej di Balakjrev»! Ed è proprio in questo connubio inscindibile di sconvolgente virtuosismo e d’immagina- zione fantastica che questa Fantasia orientale si è conquistata – e a ragione – il favore dei posteri. Come nella poesia di Lérmontov, affascinato dall’inospitalità delle montagne caucasiche (palese metafora degli umani tormenti dell’animo), o nelle pitture di Vrubel’ che ritraevano un démone distrutto, affranto da un amore impossibile (riverso nella vastità di quella natura selvaggia), in musica la cultura romantica russa ha trovato in Islamej la migliore visione per quei luoghi: dalle desolate distese da steppa alle ferrose asperità delle rupi, dalla roboante furia dei fiumi alla violenza possente del tuono. Uno Sturm un Drang slavo capace d’inverarsi, insomma, in un panorama che è limite stesso tra la terra ed il cielo, tra l’umano dolore e gli sconvolgimenti del mondo, e che Balakjrev ha saputo tradurre in musica con un’ispirazione poi forse mai più ritrova.

 

Nicolò Rizzi

Mariangela Vacatello

Inizia la sua carriera giovanissima e si impone sulla scena internazionale all’età di 17 anni, col 2° premio al concorso ‘F. Liszt’ di Utrecht. Da quel momento annovera molti riconoscimenti, in prestigiosi concorsi come il ‘F. Busoni’ di Bolzano, il ’Van Cliburn’ in Texas, il ‘Top of the World’ in Norvegia, il ‘Queen Elisabeth’ di Bruxelles, il XVII Premio Venezia, il ‘The Solti Foundation Award’, il Premio della critica ‘Nino Carloni’, e molti altri. Da oltre vent’anni è riconosciuta per la curiosità e versatilità dei propri orizzonti esecutivi, per il virtuosismo e la passione che si ritrovano in ogni brano che aggiunge al proprio repertorio; caratteristiche che si rispecchiano nelle recensioni ai concerti ed alle incisioni discografiche per la casa Brilliant Classics (con opere di Liszt, Ginastera e Debussy) oltreché nei progetti che l’hanno vista collaborare con l’Ircam – Centre Pompidou di Parigi e con la Fondazione di Arte Contemporanea Spinola-Banna, per la quale è anche stata Artista in Residenza insieme al compositore G. Aperghis, con il quale collabora tutt’ora.

Si è esibita in alcune tra le più importanti stagioni concertistiche del mondo come il Teatro alla Scala di Milano, l’IRCAM – Centre Pompidou di Parigi, La Scala Paris, il Musica Insieme Bologna, la Società dei Concerti di Milano, il Teatro Carlo Felice di Genova, l’Unione Musicale di Torino, la Wigmore Hall di Londra, la Carnegie Weill Hall di New York, la Bridgewater Hall di Manchester, la Walt Disney Hall di Los Angeles, l’Oriental Centre di Shanghai, il Linder Auditorium di Johannesburg, inaugurando la stagione dell’Orchestra della Rai di Torino, e collaborando con l’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia, la Filarmonica della Scala, la Prague Chamber Orchestra, la Radio Svizzera Italiana di Lugano, la Filarmonica di Stoccarda e con direttori quali K. Penderecki, A. Nelsons, G. Takacs-Nagy, M. Haselboeck, G. Kuhn, A. Shelley, X. Zhang, A. Orozco-Estrada, R. Boer, A. Sladkovskij, G. Korsten, D. Kawka, B. Gueller, Z. Hamar, D. Renzetti o A. Lombard. Con l’Orchestra della Magna Grecia ha eseguito i cinque Concerti di Sergej Rachmaninov. A brevissimo sarà impegnata nel recital di inaugurazione per Milano Musica al Teatro alla Scala di Milano, con tre prime assolute, e in un progetto video registrato per la Rai che include i cinque Concerti di Ludwig van Beethoven.

Nata a Castellammare di Stabia (vicino Napoli), ha iniziato a viaggiare giovanissima, per perfezionarsi poi all’Accademia Internazionale di Imola, al Conservatorio di Milano (dove ha vissuto per molti anni) e alla Royal Academy of Music di Londra, dove è stata anche nominata ARAM (Associate dell’Accademia). Vive attualmente a Perugia ed unisce la sua carriera pianistica all’attività didattica presso i Conservatori di Musica ed all’Accademia di Musica di Pinerolo.

Mariangela Vacatello: Pianoforte

Dante Ferretti e David Milozzi

Dante Ferretti nasce, cresce e si forma a Macerata nella scuola d’arte e mestieri. Si trasferisce a Roma, dove comincia la sua carrie- ra di Scenografo arrivando a conquistare Hollywood. Ha lavorato con i più grandi registi della storia del Cinema mondiale, da Pierpaolo Pasolini a Federico Fellini (cui quest’anno ricorrono i 100 anni della nascita), da Tim Burton a Martin Scorsese. Ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui 3 premi Oscar che diventano 6 insieme a sua moglie Francesca Lo Schiavo, Set Decorator e compagna di lavoro dal 1980. Insieme detengono il record italiano di premi Oscar e rappresentano il meglio del made in Italy nel mondo.

Il Mo Dante Ferretti ha sempre dichiarato di usare con più facilità il carboncino e la matita e che la prima idea di ogni sua opera si materializza con uno schizzo su qualsiasi materiale si trovi davanti. Abbiamo scelto di esporre un bozzetto di Kundun, capolavoro di Martin Scorsese che è valso al maestro marchigiano la candidatura ai premi Oscar del 1997 come miglior scenografo e come miglior costumista. Kundun è un lavoro stra- biliante in cui Dante Ferretti ha mostrato non solo di essere il miglior scenografo sulla piazza, ma anche uno strepitoso artista concettuale. Le sue geniali intuizioni hanno lasciato a bocca aperta troupe e col- laboratori. Racconta Laura Fattori, Line Producer del lm nel do- cumentario Dante Ferretti Scenografo italiano: «Stavamo preparando Kundun, dovevamo costruirci quello che noi compostamente chiamavamo il teatro: un hangar. Dante girava intorno a questo hangar e nalmente ha avuto l’idea: la parete, una delle pareti, invece di farla perpendicolare l’ha fatta curva e quello è diventato il Potala. Quello è un genio, ho pensato. Poi andando in giro a cercare esterni, su un pog- getto abbiamo visto dei pollai e quelli in prospettiva sono diventati monasteri tibetani». Le visioni di Dante Ferretti nascono da un dettaglio apparentemente insigni cante, in questo caso da un muretto a cui nessuno aveva fatto caso, il muretto di un pollaio che, con un semplice cambio di prospettiva, si trasforma in imponenti mura monastiche.

Dante Ferretti prima che uno scenografo è un artista che ha inte- riorizzato le grandi s de della storia dell’arte; ha fatto profondamente sua la lezione duchampiana, mostrando di saper scegliere il destino degli oggetti, trasformando le sue intuizioni, sempre sottili e ra nate, in creazioni scenogra che massimaliste e mastodontiche. Alcuni degli elementi architettonici creati dal nostro artista esprimono una forza visiva tale da diventare essi stessi protagonisti del lm. Con Kundun il Mo è riuscito a costruire un’atmosfera irripetibile, in cui sacro e pro- fano, epica e intimismo, si mescolano senza soluzione di continuità. La storia di un bambino che diventa il Dio – Bambino, si sviluppa attraverso un imperscrutabile disegno divino che si respira in ogni inquadratura, scenogra e che fanno emergere la Grandezza del Destino, chebsempre si nutre della commovente fragilità di cui ogni essere umano è fatto.

 

 

David Miliozzi è scrittore e critico d’arte, direttore della rivista Le variazioni critiche e fondatore di Hyperexpressionism.org. È membro del Cda Amat, ideatore del format Nudo di Provincia direttore artisti- co della rassegna culturale MI_MarcheIperespressioniste.

Dopo l’esordio del 2003 con il romanzo Senza parabrezza, ha pubblicato i romanzi A un passo dal nulla (2005) e Segni premonitori (2008). Ha partecipato con un suo racconto a diverse raccolte, tra cui NeroMarche e Lavoricidi. Nel 2018 è uscito il suo ultimo libro, Tutto iniziò a tremare.

 

Dante Ferretti: Scenografo

David Milozzi: Scrittore

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