Concerto di Chiusura

DOMENICA 25 OTTOBRE ORE 17.30 - CAPPELLA DEI CONTADINI’

Concerto di Chiusura del Mugellini Festival

"Buon compleanno Amalia"

Jeorge Fernando

Voce e Chitarra

Monica Pinto

Soprano

Moni Ovadia

Pensieri e Parole

Con

Marco Poeta

Guitarra Portuguesa

Adriano Taborro

Viola Basso

Giulia Poeta

Voce Recitante

Presentazione a cura di

Nicolò Rizzi

Esposizione Fotografica

Marco Poeta

Note di Sala

«Perché il Fado non si canta, accade. È un avvenimento. Ed è questo che mi fa paura, perché non so mai cosa mi succederà. Il Fado si sente, non lo si comprende… né si potrà mai spiegare».

Non potrebbero esserci parole migliori che queste, di Amália Rodri- guez, per poter dire di quell’emozione fortissima – in precario equilibrio tra disperazione e travolgente passione, tra nostalgia e tenerezza infinite – che in sé stessa riassume tutta l’arte del Fado. Danza voluttuosa e sen- suale, di probabile origine ottocentesca, sorta nel lontano Brasile colo- niale, tra i patios ombrosi di foglie e frescura così come in quelle taverne dove si arenava la scomposta marea della folla notturna, dei reietti, degli emarginati. Lì, dove il Fado – sovente accompagnato dal tocar la guitarra – «quando comincia fa fatica a finire; termina sempre all’alba, quando non dura invece per giorni e per notti intere, di fila…» Fin dalle origini già un canto liberatorio insomma, potente, carnale, che dalla colonia farà ben presto un viaggio a ritroso, fino alla madrepatria; conquistando così il Santissimo Portogallo con la sue lamentevoli melodie e le sue trac- ce di danza, nel suo inquieto pulsare del ritmo, nei moti, nella parola.

Ed anche tra i vicoli di Lisbona il Fado dilaga, ben presto, tra una bohéme che la società perbenista del tempo ben tiene ai margini della propria vista (e dell’udito): ecco che ‘fadista’ diventa epiteto per pro- stitute, ragazzi di mala, contrabbandieri, papponi, uomini dediti al coltello, all’inganno, alla passione sfrenata. Quella malavita romantica e disperata che – forse più che bohéme in effetti (senza arrivare a Puc- cini) – meglio ricorda Brecht e Weill, ne L’opera da tre soldi. Solo che qui non parliamo di musica in grado di ricreare un mondo di ombre, dal fascino pericoloso, quanto piuttosto il contrario: di un mondo semi-clandestino, e rifiutato, che da luce nei suoi rifugi a una musica meravigliosa. Momento di confessione altissima e umana, in cui i fadisti (per dirlo con Fialho De Almeida) «traggono come per meraviglia una serie di lieder di lirica poesia, criminale, ardente e dissoluta, ululando gemiti prolungati e confessando la loro debolezza di vinti, l’inutilità in ultimo di reagire al destino». Perché Fado in effetti potrebbe proprio esser ‘destino’ (dal fatum latino, si intende). Destino di ritrovare nella voce quei temi che più son propri di un’arte popolare e appassionata; la sofferenza e la fatica degli ultimi, le storie di vita della strada, l’amore fisico, sensuale, la violenza che ne scaturisce e, ovviamente, la morte.

Sul finire del secolo, Lisbona vive una forte espansione e il Fado inter- cetta ben presto la curiosità di una classe borghese nuova, mentre dalle ta- verne più malfamate il canto si sposta in locali bohémienne cari a studenti ed intellettuali, che iniziano pertanto ad apprezzarne la schiettezza della lirica ed il fascino melodico. È così che, in quegli anni, quella del fadista comincia a trasformarsi in una professione, artistica s’intende e non più criminale. E, mentre lo stile si fa più tecnicamente ricercato sia sul piano testuale che su quello musicale, anche altre tematiche intercettano il Fado ed i suoi migliori cantori; prima fra tutte quella politica e sociale, grazie alla diffusione del movimento operario ed alla cultura socialista delle masse.

Con l’inizio del nuovo secolo, poi, ecco le tecniche di ripresa del suo- no e l’avvento del cinema, che in Portogallo offre ai fadisti diverse ri- balte di scena (come intrattenitori del pubblico negli intervalli dei film muti e poi nelle stesse pellicole, grazie all’avvento del sonoro). È però con il colpo di stato e la dittatura fascista di Salazar che il Fado è per la prima volta costretto entro confini ben controllati; se ne espunge così ogni carica eversiva e le tematiche vengono indirizzate sempre più ad un passato irreale, idealizzato, oggetto di una nostalgia sempre più di- lagante. Fenomeno estetico complesso, quella della Saudade (‘nostalgia’ appunto), che riassunse in sé sia un’imposizione autoritaria come anche un moto di libertaria ribellione per artisti che, nell’espressione intima del proprio animo, riversavano le proprie massime possibilità di parola.

Di questo, voce inarrivabile per poesia e sincerità, Amália Rodriguez fu il più alto testimone ed esempio, sin dai primi anni di ragazza fin qua- si alla morte. Nata in un giorno di luglio del 1920 (nel ‘tempo delle cilie- ge’) già da bambina incanta con la sua voce sia i famigliari che i passanti per strada. Il Fado è ancora ‘una vergogna’ per la borghesia d’inizio secolo (lo si può ascoltare, ma non certo cantare), Amália però non vi rinuncia: nel ’39 fa il suo debutto al Retiro da Severa e da allora cantare diverrà la sua vita. Ben presto la sua fama avanza, si amplia il suo repertorio, grandi poeti vogliono scriver per lei e, dopo il primo viaggio in Brasile (nel ’44), si aprono le porte di un successo sempre più internazionale: Parigi, Rio de Janeiro, Londra, Hollywood, Giappone… persino l’I- talia, paese che amerà moltissimo e cui dedicherà struggenti canzoni, cantate in italiano ma col suo commovente ed inconfondibile accento.

Il canto resta per lei, sempre, momento altissimo di confessione cor- porea, in cui la voce è tramite assoluto di tutto un esistere, non solo personale ma anche collettivo, e difatti alla sua terra non potrà mai ri- nunciare, tornandovi invece ogni qual volta una lontananza si protrarrà per troppo rendendo la sua nostalgia impossibile a sostenersi. Negli anni interviene sovente anche su questioni di forma con un’autorità che le è oramai indiscutibile e, spesso d’accordo con i grandi poeti che sempre più volentieri scrivono per lei, contribuisce alla nascita di un genere nuovo, quel Fado-canzone in cui la strofa ed il ritornello cominciano a lasciare il passo ad una metrica irregolare, dove la rima si sfalda, lasciando libera una sperimentazione maggiore nel ritmo e nel suono. Supererà (anche se non indenne) la Rivoluzione dei Garofani, malignamente accusata di collaborazionismo col passato regime, ma la forza della sua voce sopravvivrà anche a questo e a lei tornerà la sua terra con ancor più dolcezza che prima… Del resto, come scriverà poi lei stessa: «il Fado è sapere che non si può lottare contro quello che abbiamo. È quello che non possiamo cambiare. È chiedere perché e non saperne il motivo. È non smettere di chiedere e, allo stesso tempo, sapere che non vi sarà risposta». Morirà di mattina, Amália, il 6 ottobre del 1999, senza poter sfiorare l’alba del secolo nuovo, ma tutto un mondo e un tempo, dal suo Portogallo come dalla sua vita, rimaneva per sempre nella sua voce: «Amore geloso / e cenere e fuoco. / Dolore e pec- cato / tutto questo che esiste, / tutto questo che è triste. / Todo histo è Fado». “Tutto questo è Fado”, e lei lo aveva consegnato alla storia.

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                             Nicolò Rizzi

Marco Poeta

Marchigiano di Recanati, inizia a suonare la chitarra all’età di sei anni, da autodidatta. Si forma musicalmente nelle balere e night-club a quei tempi molto in voga, proponendo generi musicali particolari e di tendenza. All’età di 18 anni da il suo primo concerto di Bossa-nova, sulla scia di J. Gilbert e di B. Powell… primo italiano a pensare a questo genere musicale – così particolare, quanto ostico – sia nella interpretazione vocale sia nella tecnica chitarristica. Era allora un’assoluta novità! Approfondendo la Bossa-nova, suona tra gli altri con: A. Tavolazzi, G. Capiozzo, E. Bandini, A. Marangolo, A. Urso, A. Vieira, B. Powell, F. Cerri, E. Intra, F. d’Andrea, S. Cerri, M. Rosen e T. Esposito. Per il suo gusto artistico e la sua spiccata sensibilità musicale, collabora con nomi importanti della canzone d’autore, quali S. Endrigo, M. Bubola, U. Bindi, E. Finardi, L. Dalla, E. Gragnaniello e gli Avion Travel.

Nel 1997 inizia a studiare la guitarra portuguésa a Lisbona, con il maestro A. Chainho, per poi portare in Italia il Fado, genere musicale popolare del Portogallo cui nessuno aveva sino a quel momento pensato. Il suo primo CD di Fado esce con E. Finardi e F. di Giacomo (storica voce del Banco), mentre con gli Avion Travel avvia un tour portoghese. Nel 2005 è a Lisbona con L. Dalla, con Di Giacomo al Museo do Fado, poi all’isola di Madeira con D. Maraini, il regista R. Faenza, e con M. Ovadia. Le sue composizioni strumentali con la guitarra portuguésa e l’acustica a 12 corde si sposano volentieri in teatro col le voci recitanti di R. Cucciolla, G. Giannini, L. Lante della Rovere, A. Preziosi, M. Dapporto, F. Bucci, L. Sastri, C. delle Piane, E. Decaro. Sia in Italia che a Lisbona Marco Poeta suona con le più grandi star del mondo del Fado, come A. Santos, J. Fernando, A. Moura, R. Taveres, R. Ribeiro, M.J. Nobrega, T. Santos, M. Armanda, P. Lisboa, F. Rebordao, A. Chainho, J. Pina. Spesso è ospite alle televisioni nazionali portoghesi. Oggi, oltre alla guitarra portuguésa, Marco Poeta propone concerti con la chitarra a 12 corde suonata con la tecnica della ‘chitarra di Lisbona’ (le Unhas), proponendo brani originali da lui composti oltre a brani del liutista inglese John Dowland, da lui riarrangiati per chitarra a 12 corde. Chitarrista di rango, è oggi considerato dalla critica come uno tra i più interessanti chitarristi acustici a livello internazionale. La sua tecnica della mano destra – particolare e insolita, nel suonare la chitarra a 12 corde – ne rende i concerti un’esperienza completamente unica nel suo genere.

Guitara Portugheisa

Jeorge Fernando

All’età di quattro anni accompagnava già il nonno cantando il fado, nelle notti di Lisbona, a sedici lavora con F Maurício, il ‘re del fado’. Si lascia definitivamente alle spalle una carriera calcistica e suona al 1° maggio di Sarilhos, da cui sono usciti nomi come J. Carlos, Dia- mantino o M. Fernandes. Ancora giovanissimo, incon- tra A. Frazão, tra i più grandi chitarristi nella storia del fado, e inizia a suonare con lui. Un anno dopo entra a far parte del gruppo di Amália Rodrigues dopo aver sostituito lo stesso Frazão in una performance con C. Gonçalves. Comincia a registrare i primi singoli per Rádio Triunfo, si trasferisce alla casa editrice Valentim de Carvalho, e comincia a partecipare al Festival RTP da Canção.

Nel 1986 viene pubblicato il suo primo LP (Ena- morado) mentre del 1988 è l’album Coisas da Vida. Il suo primo album di fado è dell’89, quando Boa Noi- te Solidão è pubblicato dall’editore Polygram. Co- mincia anche a produrre dischi, per artisti come P. Braganca e A. Pinto mentre, di sua mano, usciran- no À Tua Porta, Oxála, Terra d’Água e Rumo Ao Sul.

Nel maggio 2000 ha festeggiato il suo 25° anno di car- riera con un concerto al Tivoli, il cui live esce quell’anno col titolo di Inedited. Del 2001 è il progetto Terras do Risco, progetto del pianista italiano A. Cappelletti che raccogli oltre alla musica diverse poesie di F. Pessoa, M. Sá-Carneiro ed E. de Andrade. Nel 2003, la cittadi- na di Recanati (Accademia di M. Poeta) lo ha onorato di un riconoscimento per il suo talento come cantante, produttore, strumentista e promotore di nuovi talenti. Dell’anno seguente è un progetto in onore di F. Mau- rício oltreché a un nuovo album, A Tribute To Amalia Rodrigues. Con Memória e Fado presenta alcuni duetti e celebri collaborazioni (con L. Dalla, A. Moura, T. Horta ed E. Gismonti). Nell’ottobre 2005 celebra i suoi 30 anni di carriera con un concerto al Forum Lisboa mentre nel 2009, dopo un concerto alle Festas de Lisboa, colla- bora con il rapper Sam ‘The Kid’ ed A. Moura nell’album Vida. Del 2012 è Lo chiamano Fado mentre nel 2018 De Mim Para mim comprende ben dodici inediti.

Il 18 febbraio 2016 viene nominato ‘Comandante dell’Ordine dell’Infante D. Henrique’, come segno di rico- noscenza dalla Presidenza della Repubblica del suo paese.

Voce e chitarra

Adriano Taborro

Inizia a studiare la chitarra all’età di 6 anni e sino alla fine degli anni ’90 compie le prime esperienze principalmente nel contesto del rock-blues. Collabo- ra con P. Cesanelli, V. Pierini e P. Morgia nello spet- tacolo Viaggiatori sedentari e poi con M. Poeta in un suo progetto sul fado. Contemporaneamente, entra nel gruppo di ricerca e musica popolare La Macina, fondato nel 1968 da G. Pietrucci, dove come direttore musicale cura vari arrangiamenti anche componendo le musiche di specifici spettacoli. Dal 2000 al 2010 tra le attività in seno a La Macina compie varie tournée dando an- che alla l’album in tre volumi Aedo malinconico e arden- te. Seguono Nel tempo ed oltre, cantando (con i Gang) e vari spettacoli su Pasolini, Tenco, Ciampi, Modugno, De André, Scataglini… Continuate – anche se in ma- niera estemporanea – le collaborazioni sia con M. Poeta (con spettacoli su T. Merton, T.S. Eliot, S. Endrigo…) che con P. Cesanelli e Musicultura. Nel 2009 vince il premio ‘CreativaMente’, nel settore ‘La vita per l’arte’.

Dal ‘93 insegna in diverse scuole chitarra elettrica e musica d’insieme, dal 2013 nella Civica Scuola di Musica ‘B. Gigli’, di Recanati. Sempre in quell’anno inizia a lavorare al progetto Oneiric Folk, trattan- do della connessione tra la musica popolare ed il pop contemporaneo. Poli-strumentista, attualmente suona la chitarra elettrica, acustica e classica, il mandolino, il violino, l’oud e il basso. Negli anni, ha collaborato con E. de Angelis, M. Bubola, A. Caracciolo, R. Casa- le, P. Cesanelli, A. Chainho, G. d’Elia, C. Delle Piane, G. De Marchi, D. Durante, S. Endrigo, J. Feliciano, E. Finardi, L. Galeazzi, The Gang, F. di Giacomo, G. Giannini, F. Inaudi, R. Licci, O. Malaspina, G. Mari- ni, S. Mezzanotte, F. Mondelci, P. Morgia, C. Murato- ri, M. Ovadia, T. Pagliuca, A. Parodi, G. Pietrucci, A. Preziosi, O. de Quintaje’, M. Raffaelli, L. Lante della Rovere, C. Sacco, F. Scarabicchi, M. e S. Severini, A. Sparagna, A. Tavolazzi, R. Tesi e C. Wood. Oltreché con lo Sperimentale Teatro “A” ed il Teatro Stabile delle Marche. Tra i palcoscenici più importanti che ha cal- cato, ricorda la sua partecipazione a varie edizioni di Musicultura, Premio Tenco, Premio Ciampi e Folkest nonché l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Viola Basso

Monica Pinto

Cantante, cantautrice ed insegnante di canto, la sua attitudine per diverse espressioni artistiche si è manifestata molto presto ed il primo ricordo della sua infanzia è proprio legato al canto, arte che nel corso degli anni non ha mai smesso di esplorare. Con una formazione compiuta prevalentemente nell’ambito della tradizione musicale napoletana, si è fatta interprete di brani provenienti sia da un repertorio classico che popolare, sospingendosi anche verso altri linguaggi musicali, come ad esempio la canzone d’autore francese ed italiana, genere quest’ultimo che ha generato un’urgenza prepotente di essere lei stessa un’autrice di canzoni. Nata nel 1972, nell’88 entra nel Coro polifonico Vox et Anima, del M° P-F. Borrelli, nel ruolo di soprano solista, interpretando un tto repertorio sacro e profano, antico e contemporaneo, a cappella o con accompagnamento orchestrale. Già dall’anno seguente intraprende gli studi di solfeggio e sassofono contralto con il M° A. Graziano, per abbandonarli, però, qualche anno più tardi.

Con il ’93, appro ttando che le due sorelle – Floriana e Daniela – avevano già intrapreso la strada della professione artistica venne cosa naturale dar vita al Pinto Armonium Trio che, nel suo repertorio, ripercorreva idealmente la storia della cultura musicale napoletana dagli albori del Duecento sino a Novecento inoltrato. Col tempo, il Trio comincia a calcare i palcoscenici di importanti teatri italiani così come a partecipare a prestigiose manifestazioni artistiche, passando anche (nel ’94) le selezioni nazionali per il Concorso ‘Una voce per Sanremo’, al Teatro Ariston. Con il ’96 comincia una collaborazione con il Gruppo Operaio ‘E Zezi, storica formazione di Pomigliano d’Arco nata attorno ad un programma politico ed artistico, collegato alla lotta per i diritti degli operai e alla rivalutazione della tradizione musicale contadina. Giungono cosi i primi riconoscimenti in festival di musica etnica internazionale. Dello stesso anno è il debutto discogra co per Il Manifesto mentre dal ’99 continua a lavorare in duo insieme ad E. Fraioli. Con il 2000 – allargata la formazione sino a nove elementi – da vita al progetto discogra co di Spaccanapoli, pubblicato dalla prestigiosa Real World Record di Peter Gabriel. Segue un’intensa attività concertistica a livello internazionale che la porta in numerosi paesi e prestigiosi festival, dall’Europa alle Americhe, al Giappone, oltre ovviamente a diversi tour italiani). Nel 2009 esce l’album Janus mentre nel 2010 il gruppo prende parte al lm Passione di J. Turturro, un vero canto d’amore per la canzone napoletana. Approfondita per anni l’opera di L. Tenco, la Pinto da vita nel 2013 al progetto Il sogno di una cosa – teatro canzone su L. Tenco in cui compare come attrice e cantante nel personaggio del celebre cantautore.

Nasce in quegli anni l’urgenza irrefrenabile di esprimersi lei stessa come voce d’autore, una sorta di desiderio a raccontare la propria percezione esistenziale attraverso il mezzo vocale. Nasce per questo motivo il suo primo progetto discogra co da solista e cantautrice, Canthara, poi pubblicato nel 2016. Del 2014 è in ne un progetto (La musica del mare) condiviso con il M° R. Soldatini e l’attore-regista L. Di Tommaso in cui pone la propria in voce in dialogo con un violoncello solista in ideale ispirazione verso la voce marina.

Soprano

Giulia Poeta

Giulia Poeta nasce ad Ancona il 25 aprile 1986. Da se- dici anni svolge la sua attività di attrice che la vede impe- gnata in laboratori (Piccolo Teatro di Milano), rappresen- tazioni, film, speakeraggi, doppiaggi, audiolibri e letture teatrali accanto a volti noti del panorama teatrale, musicale e cinematografico nazionale (C. Delle Piane, E. Decaro, A. Stante, L. Bernardi, C. Fortuna, L. Pasetti, F. Albanese, M. Pirovano, F. Armiliato, M. Poeta, …). Fa parte della Com- pagnia di Musicultura diretta da Piero Cesanelli. Nel 2016 interpreta il ruolo di Ester, la mamma del tenore Benia- mino Gigli nel film Un uomo e una voce di G. Conti. Nel 2019 viene insignita con una menzione d’onore dall’Oniros Film Awards, prestigioso festival internazionale del cinema indipendente, come miglior voice over per il documenta- rio Start Up a War di S. Reginella. È sua la voce nella pub- blicità Le Marche: l’Italia in una Regione andata in onda su Rai1 durante la 68esima edizione del Festival di Sanremo.

Voce Narrante

Moni Ovidia

Nato a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraico-sefardita, greco-turca da parte di padre, serba da parte di madre, alla fine degli anni ‘40 si trasferisce a Milano con la famiglia. Già negli anni del liceo comincia la sua attività artistica come cantante e musicista nel gruppo dell’Almanacco Popolare sotto la guida dell’etnomusicologo Roberto Leydi. Dopo la laurea in Scienze Politiche, fonda e dirige il Gruppo Folk Internazionale (poi Ensemble Havadià) poi che incentra la sua ricerca sulla musica tradizionale di vari paesi, in particolare dell’area balcanica. Spesso alterna l’attività dei concerti con quella discografica anche come produttore. L’attività di teatro vera e propria inizia nell’84 quando avvia una serie di collaborazioni con personalità come Pier’Alli, B. Polivka, T. Kantor, G. Marini, F. Parenti. Con lo spettacolo “Dalla sabbia dal tempo” (ideato proprio per il teatro Parenti) Moni Ovadia trova l’occasione di fondere le proprie esperienze di attore e di musicista, dando vita alla proposta di un ‘teatro musicale’ lungo il quale ancora oggi opera la sua ricerca espressiva.

Nel ‘90 fonda la Theate rOrchestra e inizia a lavorare stabilmente con il CRT Artificio di Milano; con lo spettacolo Golem debutta al Petruzzelli di Bari per essere poi presentato con successo a Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York. Nel ’93 e nel ’96 partecipa con successo al Festival di Gibellina, con due propri spettacoli di scena. Ma è con Oylem Goylem (sempre del ’93) una creazione di teatro musicale in forma di cabaret, che Ovadia si impone all’attenzione del grande pubblico (con più di un migliaio di rappresentazioni e la pubblicazione nel 2005, per Einaudi). Nel 1994, inizia un lungo sodalizio artistico con R. Andò: prima con Frammenti sull’Apocalisse, poi nel ’95 con Diario ironico dall’esilio. Collabora con l’attore tedesco B. Ganz nel primo lungometraggio di Andò, Diario senza date, presentato alla 51° Mostra del Cinema di Venezia. Del ’95 sono Dybbuk, ulteriore successo teatrale incentrato sul tema dell’Olocausto, e Tàibele e il suo demone. Grazie a Ballata di fine millennio intraprende nel ’96 una straordinaria tournée attraverso le principali città italiane, mentre negli anni seguenti da vita a Il caso Kafka e a Trieste, ebrei e dintorni. Seguono altri lavori sino alla versione italiana del musical Il violinista sul tetto che Ovadia dirigerà ed interpreterà nel 2002, mentre tre anni dopo intraprende una tournée in Russia con un libero adattamento dal capolavoro letterario di Isaak Babel’ (L’armata a cavallo). Oltre un’attenzione crescente verso la grande letteratura (come in Le storie del signor Keuner, da Brecht, o lo scespiriano Shylock, il Mercante di Venezia in prova), Ovadia affianca uno sguardo urticante sul contesto dello show-biz (come in Es iz America) anche a meditazioni ironico- drammatiche di politica storica come in La bella utopia, coraggiosa pièce sulla fine del Comunismo.

Più di recente, sollecitato dalle crisi economiche e socio-politiche, riaprendo varie riflessioni sulle origini della cultura europea Ovadia ritorna ad uno dei suoi temi degli esordi. Dapprima con Progetto Odissea (su versi di N. Kazantzakis e musiche di vari stili e culture tradizionali), poi con Cantata greca, su poemi di G. Ritsos. Nel ’13 al Piccolo di Milano torna alla penna di I. Babel’, riprendendone i Racconti di Odessa, mischiandone i brani a musiche interpretate da grandi virtuosi del violino e del pianoforte. Mentre con Benvenuti nel Ghetto (per il Settantesimo anniversario dell’insurrezione nel Ghetto di Varsavia) Ovadia ha finalmente l’occasione di formalizzare una collaborazione con gli Stormy Six, gruppo con cui aveva legato lavorativamente già dagli anni ’70. Nello stesso anno dedica alla straordinaria figura di Matteo Salvatore, lo spettacolo “Prapatapumpapumpapà, padrone mio ti voglio arricchire”, memore anche di una collaborazione dell’anno precedente con uno struggente Lucio Dalla, al Petruzzelli di Bari. Nel 2014 con Doppio fronte, riflette sulla guerra e le sofferenze della popolazione italiana durante il primo Conflitto Mondiale, mentre con Le Supplici torna a rivolgersi alla grande epica greca, in questo caso partendo da Eschilo.

Moni Ovadia è oggi considerato uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura ed artisti della scena italiana. Il suo teatro musicale, ispirato alla cultura yiddish che ha enormemente contribuito a fare conoscere e di cui ha dato una lettura contemporanea, è unico nel suo genere, in Italia come in Europa. Allo stesso tempo, è anche noto per il suo costante impegno politico e civile a sostegno dei diritti e della pace e si è scoperto in questo come un punto di riferimento per le più giovani generazioni. I suoi contributi in questo campo vengono sovente pubblicati su importanti riviste e quotidiani come il Corriere della Sera, L’Unità, il Secolo XIX, La Stampa e il Mattino.

Artista

Nicolò Rizzi

Diplomato in Pianoforte e laureato in Musicologia a Cremona, nel corso dei propri studi approfondisce in particolare la musica pianistica russa con tre tesi di laurea (su Skrjabin, Musorgskij e Medtner) anche partecipando, in qualità di musicologo, a conferenze e convegni sia in Italia che all’estero (San Pietroburgo e Odessa). Ha fatto parte del direttivo scienti co nel progetto edi- toriale ‘Ergo Diesis’ e ha collaborato con l’editore Zecchini alla redazione della Guida alla Musica Sacra. È Maestro di Palcosce- nico al Teatro lirico ‘Ponchielli’ di Cremona, dopo essere stato in quel teatro assistente del Segretario artistico musicale. Dopo aver collaborato con l’Associazione ‘Musica rara’ di Milano e il WAM Festival Mozart di Rovereto, è da tre anni responsabile della Ba- silica di S. Barbara al Mantova Chamber Music Festival, mentre più di recente è stato il Concert Stage Manager per la 18o Inter- national Baroque Music Conference. Sempre in Cremona, è stato per diversi anni Direttore Artistico nel Comitato Concerti del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali, nonché assistente alla direzione artistica del Cremona Piano Forum. Da un anno è segretario musicale dell’Orchestra da Camera di Mantova ed assistente del direttore artistico, Mo Carlo Fabiano. Attualmente collabora, nelle Marche, con il Mugellini Festival e il Civitanova Clas- sica Piano Festival, mentre – appassionato di divulgazione musicale – è redattore di sala per teatri e festival italiani, volentieri curandovi anche guide all’ascolto. Oltre all’attività da musicologo, approfondisce la propria esperienza musicale sia in qualità di pianista (solista e in formazione di duo) che come voce di basso (nella neonata Ensemble Coruscans e, da oltre dieci anni, nel Coro della Facoltà di Musicologia, col quale sta incidendo il suo secondo disco).

Musicologo del Festival

Anna Grandinetti

Nasce a Potenza Picena da una fami- glia di artigiani. Sin da bambina nutre la passione per l’arte, per i tessuti, per i ricami e per l’alta moda. Nella bottega di famiglia con mamma Clara, già sarta negli anni ‘40, comincia a respirare e subire il fascino della sartoria. Da lì in poi, dopo gli studi classici, le specializzazioni nella prestigiosa scuola di moda ‘Secoli’ a Milano, i viaggi, le collaborazioni a livello in- ternazionale e la decisione di dedicarsi a tempo pieno nel creare un’impresa dinamica e innovativa, Anna’s Dress, aprendo la sua sartoria a Potenza Picena e la boutique a Porto Recanati. Un vero e proprio studio stilistico di ricerca che si contraddistingue per l’alta qualità dei materiali, per la particolare immagine, per l’eccellenza sartoriale. Un traguardo che Anna ha raggiunto tramite un percorso condotto con serietà, dedizione, impegno e per poterne trasmettere il sogno, la magia, si è voluta affiancare solo di persone che hanno la sua stessa filosofia, la conoscenza e competenza adeguata per poi fare la differenza. Uno staff appassionato di alta moda che attraverso la sperimentazione e la creatività, realizza dei capi unici e irripetibili.

Dress Stylist del Festival