Michele Castaldo

DOMENICA 28 OTTOBRE ORE 17.30 - TEATRO ‘BRUNO MUGELLINI’

MuFe - Progetto Giovani 2018

Michele Castaldo

presentazione a cura di

installazione di

pianoforte

Nicolò Rizzi

Sara Grassetti

michele-castaldo

Note di sala

Si è a lungo discusso di ‘periodi’ o di ‘stili’ nell’opera beethoveniana (così come per tanti altri compositori, del resto) e nel tempo le posizioni degli studiosi si sono ritrovate non sempre concordi; c’è chi ha privilegiato dati della biogra a, chi ha prescelto disquisizioni di stile, chi ha sempre tenuto d’occhio il contesto storico europeo, e così via. Le 32 Sonate per pianoforte (o fortepiano) lasciateci dal genio di Bonn sono però un perfetto campo d’indagine su cui restringere l’attenzione per la sua evoluzione stilistica, lungo l’arco di tutta una vita. Si circoscrive così un ‘primo stile’ compositivo entro l’op. 22 (la sonata undicesima), mentre un periodo centrale, maturo, di costante evoluzione tecnica, linguistica e timbrica comincia con la produzione di quattro Sonate (dall’op. 26 all’op. 28) tutte composte nell’arco di un anno, il 1801, primo tra l’altro del secolo nuovo. Di queste quattro Sonate, ciascuna porta avanti a suo modo una particolare frat- tura col classicismo, da Beethoven ereditato attraverso la tradizione viennese e già più volte messo in discussione (si pensi ad esempio al caso dell’op.13, la cosiddetta Patetica, di due anni antecedente). Nel caso dell’op. 26, Beethoven inserisce all’interno della forma sonata un ciclo di variazioni grazie alle quali comincia la sua personale assimilazione nel genere della Sonata di una teatralità ‘sublimata’, facendo così propria un’estetica dell’immagine, del carattere, del gioco psicologico e rappresentativo. Come l’op. 26 è una Sonata di ‘rottura’, l’op. 28 riesce a recuperare invece gli stilemi del classico, armonizzandoli però entro la nuova poetica dei caratteri, che in quegli anni Beethoven va sempre più trasformando.

Tra questi due estremi, le due Sonate quasi una fantasia dell’op. 27 (“per clavicembalo o pianoforte”) vengono a costituirsi come una sorta di unicum. Ben più complesse di quanto potrebbero apparire, sia sotto il pro lo concet- tuale che architettonico, qui Beethoven recupera infatti (dopo quanto fatto con la variazione, nell’op. 26) i generi della Fantasia ed alcuni stilemi contrappuntistici, in un ‘ritorno al passato’ che è particolarmente evidente per l’op. 27, n. 1 (in cui tutti i movimenti sono come uniti l’un l’altro, in un continuo uire), venendovi anche impiegate tecniche esecutive – quali l’incrocio delle dita, tra le due mani, in sovrapposizione – che Beethoven sembra desumere dalla pratica esecutiva sui clavicembali con più d’una tastiera. Un ‘riscoprire’ il passato, insomma, per esprime il nuovo, cui ben potrebbe adattarsi la famosa frase di Verdi: “Torniamo all’antico, e ne faremo un progresso!”. Anche qui vi si unisce, però, un’intensa sensibilità timbrica in tutto e per tutto nuova, che trova un risultato eccellente in quel celebre Adagio, introduttivo alla seconda Sonata del dittico, cui la tradizione volle poi a bbiare il titolo oramai frustro di “Chiaro di luna”, tanto caro ai romantici, ma che deve in verità i natali non tanto a Beethoven, quanto all’estro poetico di Ludwig Rellstab, allora in uente critico musicale della Iris im Gebiete der Tonkunst. In questa, che a lungo fu la più nota tra le sonate beethoveniane, ritroviamo riassunte, mirabilmente, sia le fantastiche sonorità di una nuova sensibilità psicologicamente ‘impressionistica’ (nel primo movimento), sia la delicatezza senza tempo del miglior classicismo (si pensi all’Allegretto, di stampo haydiniano, che Liszt ebbe a de nire un “ ore, tra due abissi profondi”), insieme poi fusi, in un unico potente a ato, dentro al tempestoso Finale ch’è come uno spirito irrefrenabile, tutto rapito da un’urgenza emotiva che lo Sturm und Drang aveva già eletto a supremo concetto estetico, per un’epoca nuova.

Uno sconvolgente intimismo pervade gran parte, se non tutta, l’opera che Franz Schubert ci ha consegnato, al pianoforte. Questo certo nelle Sonate, così a lungo ritenute eredi insu cienti del magistero beethoveniano, anche se astri lontani del puro pensiero, viatico di sentimenti sinceri, dall’umanità dolente e mai così reale. Ma, ancor più forse che in queste, è nei pezzi che un tempo si sarebbero de niti ‘di carattere’ che converrebbe cercare, in quegli Improvvisi che in verità debbono il proprio nome (come il “Chiaro di luna” beethoveniano) non tanto all’autore quanto a una fantasia editoriale. Fu infatti Tobias Hansliger, editore viennese di Schubert, ad adottare il titolo di ‘Impromptu’ per i quattro componimenti dell’op. 90, spingendo poi Schubert a riproporlo anche per la suite gemella, più tarda, di cui stasera ci vien proposto il secondo Improvviso. Un polittico estremamente ra nato, quello dell’op. 142, che al meglio dischiude una notevole varietà di a ati, riconducendo però tutto poi ad uno, mediante li sottili che ne irretiscono i pro li e i contorni. (E non è un caso se un critico sagace come lo fu Schumann v’intravide, nell’insieme, il ‘fantasma di una Sonata’). Dei quattro, se il primo si apre su di una sconcerta desolazione dell’animo, mentre il terzo è un’elegantissima collana di variazioni, dal sapor biedermeier, e l’ultimo in ne è tutto un guizzo dal sapor zingaresco, è proprio il secondo che – inaspettata, com’è spesso in Schubert – ci schiude un’intimità semplice e perciò ancor più assoluta, innanzi alla quale ci troviamo indifesi, quasi all’ascoltar parole inattese e sincere da un volto a noi noto, da sempre.

Con l’ungherese Férénc Liszt invece ci troviamo di fronte al più smaglian- te virtuosismo pianistico, più volte intrecciato all’arte dell’improvvisazione. Nell’ampio catalogo lisztiano gurano così non pochi omaggi a noti compositori del passato o a lui contemporanei, il più delle volte in forma di trascrizioni per pianoforte (celebri quelle delle Sinfonie beethoveniane o dei cicli liederistici di Schubert). Laddove però l’autore preferì metter mano alla musica, allontanandosi quindi dalla trascrizione più pura, vennero alla luce quelle che Liszt stesso scelse di intitolare Parafrasi, o Reminiscenze; ampi a reschi cioè, dove il ricordo tematico delle composizioni omaggiate veniva trasceso, in un elegante gioco di tras gurazioni. È questo il caso delle Réminiscences de Norma, su sette diversi temi della più nota opera di Vincenzo Bellini. Se questa malía con cui Liszt riesce a tradurre la parola belliniana, alla tastiera, è tra le più stupefacenti creazioni che un musicista, ‘improvvisando’, abbia consegnato alla storia, aveva allora ragione François Veucleuse, secondo cui “tradurre è confondere l’incarnazione e la risurrezione”, perché “la migliore traduzione sa come evocare l’intraducibile”.

Nicolò Rizzi

Michele Castaldo

Michele Castaldo comincia i suoi studi presso la Scuola Musicale “Ars Musica” di Chiaravalle sotto gli insegnamenti di Laura Bosi. Successivamente viene ammesso al Conservatorio ‘Rossini’ di Pesaro dove si diplomerà sei anni dopo col massimo dei voti e la Lode sotto la guida di Giuseppe Di Chiara, uno degli eredi della grande Scuola Pianistica Napoletana di Vincenzo Vitale.

Attualmente indaga e approfondisce la musica insieme a Michele Campanella, presso l’AEMAS (Accademia Europea di Musica e Arti dello Spettacolo) a Napoli e presso la Hochschule Für Musik ‘Franz Liszt’ di Weimar. Approfondisce il repertorio cameristico con Paolo Chiavacci a Cesena, presso il Conservatorio ‘B. Maderna’.

È vincitore assoluto di numerosi Concorsi Pianistici Nazionali ed Internazioni svoltisi in Italia.
In particolare, è risultato vincitore del IX Biennal International Piano Competition di Rostov (nella Federazione Russa), uno dei pochissimi italiani a vincere, appena ventenne, un concorso pianistico in terra russa. A seguito di questa a ermazione ha avuto modo di esibirsi al “College of Arts” e al Teatro della Filarmonica di Rostov, in veste di solista accompagnato dalla Rostov Symphony Orchestra con il Concerto n. 1 di Cajkovskij. È inoltre vincitore della Borsa di studio messa in palio dalla famosa soprano Elvidia Ferracuti a favore degli studenti del Conservatorio ‘Rossini’ di Pesaro. Largamente apprezzato anche all’estero, ha avuto modo di esibirsi in Arabia Saudita, in Germania (per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino) e in Russia. Ha tenuto una tournée di grande successo come solista in Israele, dove è stato richiamato per un nuovo tour con la Ra’anana Symphony Orchestra per i Concerti n. 3 e 5 di Beethoven. Si è inoltre esibito in diverse occasioni in numerosi Festival in tutta Italia, riscuotendo ovunque i più lusinghieri consensi del pubblico e della critica musicale. Gli ultimi progetti lo hanno visto protagonista insieme ad altri pianisti per gli integrali delle Sonate di Beethoven, Mozart e Schubert, eseguiti in tutta Italia. Si è esibito con la FORM, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, eseguendo il Concerto n.1 di Cajkovskij presso l’Auditorium ‘Pedrotti’ del Conservatorio ‘Rossini’ di Pesaro. Le sue esecuzioni sono state trasmesse dalla Radio Vaticana.

Sara Grassetti

Sara Grassetti nasce a Montegranaro (FM) nel 1980. L’incontro nel 2000 con l’artista Nando Carotti segna l’inizio del suo percorso artistico che la porta ad iscriversi all’Istituto Statale d’Arte e all’Accademia di Belle Arti a Macerata, si laurea in pittura nel 2009. Nel corso degli anni accademici vince borse di studio, partecipa a concorsi nazionali e espone le sue opere in varie mostre collettive. La sua ricerca artistica vede una particolare predilezione per il carboncino, declinato nelle sue potenzialità, mettendolo in relazione con uno studio fotogra co del soggetto ombra. Da anni si interessa alle ombre e il suo intento è quello di portare ad un livello spirituale l’esperienza di questo tema, permettendo allo spettatore di fruire dell’opera signi cati ed emozioni diverse basate sul proprio bagaglio spirituale, emotivo e culturale. Ha partecipato a numerose esposizioni e concorsi, tra i quali ricordiamo: nel 2010 una collettiva nella Villa Baldi Sassoli a Bologna, vincendo il primo premio “Art’oggi”; nel 2012 alla era d’arte “AAF” (A ordable art Fair) nel Superstudio Più di Milano. Nel 2013 vince il primo premio “BIGAM” (Biennale giovani artisti marchigiani) con una personale nella Chiesa di San Francesco a Civitanova Alta. Attualmente sta frequentando un Master in ArtCounseling presso l’Associazione Aspic di Roma e sta svolgendo un tirocinio come atelierista presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia.

Attualmente indaga e approfondisce la musica insieme a Michele Campanella, presso l’AEMAS (Accademia Europea di Musica e Arti dello Spettacolo) a Napoli e presso la Hochschule Für Musik ‘Franz Liszt’ di Weimar. Approfondisce il repertorio cameristico con Paolo Chiavacci a Cesena, presso il Conservatorio ‘B. Maderna’.

È vincitore assoluto di numerosi Concorsi Pianistici Nazionali ed Internazioni svoltisi in Italia.
In particolare, è risultato vincitore del IX Biennal International Piano Competition di Rostov (nella Federazione Russa), uno dei pochissimi italiani a vincere, appena ventenne, un concorso pianistico in terra russa. A seguito di questa a ermazione ha avuto modo di esibirsi al “College of Arts” e al Teatro della Filarmonica di Rostov, in veste di solista accompagnato dalla Rostov Symphony Orchestra con il Concerto n. 1 di Cajkovskij. È inoltre vincitore della Borsa di studio messa in palio dalla famosa soprano Elvidia Ferracuti a favore degli studenti del Conservatorio ‘Rossini’ di Pesaro. Largamente apprezzato anche all’estero, ha avuto modo di esibirsi in Arabia Saudita, in Germania (per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino) e in Russia. Ha tenuto una tournée di grande successo come solista in Israele, dove è stato richiamato per un nuovo tour con la Ra’anana Symphony Orchestra per i Concerti n. 3 e 5 di Beethoven. Si è inoltre esibito in diverse occasioni in numerosi Festival in tutta Italia, riscuotendo ovunque i più lusinghieri consensi del pubblico e della critica musicale. Gli ultimi progetti lo hanno visto protagonista insieme ad altri pianisti per gli integrali delle Sonate di Beethoven, Mozart e Schubert, eseguiti in tutta Italia. Si è esibito con la FORM, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, eseguendo il Concerto n.1 di Cajkovskij presso l’Auditorium ‘Pedrotti’ del Conservatorio ‘Rossini’ di Pesaro. Le sue esecuzioni sono state trasmesse dalla Radio Vaticana.

Elvidia Ferracuti

Elvidia Ferracuti nasce a Petritoli il 3 ottobre 1935 e, sin da giovanissima, manifesta grandi attitudini per la musica e per il canto. A 15 anni è ammessa come allieva auditrice di canto al Conservatorio ‘G. Rossini’ di Pesaro con il massimo dei voti, dopo aver cantato La Traviata. A 17 e 18 anni vince i concorsi nazionali ENAL. Successivamente consegue la qualifica SIAE di compositore melodista. A 19 anni debutta nel ruolo di Gilda in Rigoletto al Teatro ‘Pergolesi’ di Jesi. A 20 anni si diploma in canto, al Conservatorio ‘Rossini’, con il massimo dei voti e la lode. E proprio qui, all’Auditorium ‘Pedrotti’, debutta u cialmente interpretando l’Opera moderna Il telefono di G. Menotti. Seguono poi l’Elvira ne I Puritani di Bellini al Comunale di Bologna e Norina nel Don Pasquale di Donizetti con il Piccolo Teatro di Verona. L’apprezzamento che riscuote le apre le porte dei più grandi palcoscenici: è Adina nell’Elisir d’Amore a Milano; al San Carlo di Napoli canta in nove stagioni consecutive (di cui tre con tre edizioni del Barbiere di Siviglia); interpreta diverse opere in altri grandi Teatri. Con l’Opera di Roma è stata Gilda in Rigoletto e protagonista della donizettiana Lucia di Lammermoor. Ha calcato con successo i palcoscenici di Francia, Germania, Svizzera, Svezia, Jugoslavia, Danimarca, Finlandia, Africa del nord, Tunisia e Libia. Ha anche partecipato al lm “Rossini”, per l’Istituto Luce e la Kronos, con la regia di Giuseppe Ferrara. Ha inciso inediti in prestigiosi LP, apprezzati anche in Giappone. Il 1958 segna uno spartiacque nella sua vita artistica. Dal 12 agosto di 53 anni fa è per tutti la “Rosina delle Marche”. Il titolo meritato, che porta con orgoglio, lo conquistò grazie al grande successo che ottenne interpretando per la prima volta, al Teatro dell’Aquila di Fermo, il noto personaggio del Barbiere di Siviglia rossiniano. Fu quello l’incontro con l’Opera di Rossini che, non solo con il Barbiere, occuperà un posto privilegiato nel suo repertorio. Vincitrice di concorsi nazionali ed internazionali, ha ricevuto molti premi e riconoscimenti in gioventù e alla carriera. Nel 1978 fu insignita dell’Onori cenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana da parte dell’allora Presidente Sandro Pertini. Unica donna marchigiana ad aver ricevuto questa onori cenza per Meriti Artistici. Ma Elvidia Ferracuti non è stata solo un’apprezzatissima cantante lirica. È stata per 28 anni una stimata docente di Canto Principale e Arte Scenica al Conservatorio ‘Rossini’ di Pesaro, al Conservatorio ‘D’Annunzio’ di Pescara e alla Sezione staccata di Fermo del Conservatorio ‘Rossini’. Quando non ha più calcato le scene teatrali, ha continuato ad esibirsi in numerosi recital e concerti rivelandosi, oltre che cantante d’Opera, anche sensibile interprete di musiche da camera e ricercatrice e trascrittrice di musiche rare ed inedite. Elvidia Ferracuti dispone di un animo romantico e sensibile. Donna di carattere forte e deciso, non tollera torti e compromessi. Si dichiara grata alla città di Pesaro «per averla accolta come una glia e per averle dato tanto». Anche Pesaro ha avuto tanto da lei: ha legato il prestigio del suo nome a quello dell’opera di Rossini ed ha profuso un impegno costante nel campo della musica e della lirica (come stimata docente al Conservatorio, come socia n dalla fondazione del Circolo Amici della Lirica di cui è stata presidente, dirigente artistica e animatrice appassionata). Cittadina esemplare, ha riversato su Pesaro il proprio amore ed i meriti acquisiti in campo artistico in tanti anni di carriera. Il 23 Aprile 2017 l’Associazione Amici della Musica ‘Arturo e Flavio Clementoni’ di Potenza Picena le consegna il Premio alla carriera. in una cerimonia ricca di emozioni in cui l’artista ha raccontato la sua vita e la sua carriera.