Giulio De Padova

SABATO 20 OTTOBRE ORE 21,15 - CAPPELLA DEI CONTADINI

Giulio de Padova

presentazione a cura di

installazione di

pianoforte

Nicolò Rizzi

Andrea Papini

programma-de-padova

Note di Sala

Fryderyk Chopin ha vissuto un’intera vita per il pianoforte, creando per que- sto strumento indiscussi capolavori, riuscendovi a scoprire accenti inusitati e recondite qualità. Non solo dal punto di vista strumentale, ma anche poetico, il pianoforte romantico giunge con lui alla sua più alta nobilitazione. Contri- buendo in massimo grado all’evoluzione timbrica del pianismo ottocentesco, al raggiungimento maturo di una sua poetica del suono, con Chopin si sublimano inoltre, trasposte alla tastiera, sia la cantabilità operistica italiana (di cui impor- tante modello in quegli anni era il melodramma belliniano) sia l’epica nazio- nale del folklore polacco. Eppure la massima sua capacità espressiva Chopin la raggiunge nell’intimismo di accenti, nello svolgersi naturale del canto, in quelle meravigliose miniature che sono i Preludi, o i Notturni, così come in molte tra le ultime Mazurche. Di cile parrebbe conciliare così, a un tale ‘poeta del suono’, una forma tanto classica qual è la Sonata. Eppure, ben quattro sono le opere in questa veste, nel catalogo del polacco, se alle tre sonate pianistiche (op. 4, op. 35 e op. 58) si accetta di accostare anche l’eccellente Sonata per violoncello e piano- forte, lavoro da camera della piena maturità, completato negli ultimi anni di vita. Si tenga bene a mente che – con Chopin – siamo ormai in pieno Romanticismo e che già Felix Mendelssohn, come Carl Maria von Weber, scelgono di circoscrive- re la propria frequentazione con questa forma particolare a soli tre numeri d’ope- ra il primo, quattro il secondo. Lo stesso faranno anche Schumann e Brahms, per non parlare di Liszt, che di sonate ne scriverà solo due (del resto alquanto sui ge- neris). Con l’epoca romantica questa forma, classica più d’ogni altra (forse ancor più della Sinfonia), diviene oggetto insomma di un reverenziale timore e gli stessi compositori paiono quindi a rontarla con un senso di gravità e cautela prima inusitato. Quattro Rondò e Improvvisi, quattro Scherzi e Ballate e – per l’appun- to – quattro Sonate intercalano, e con certa regolarità, il catalogo chopiniano. La supposizione simbolica resta ovviamente null’altro che provocatoria, meglio spie- gherà il fatto piuttosto una ri essione ben più essenziale: nell’evolversi progressi- vo del proprio linguaggio, Chopin torna con ostinazione, e al contempo corag- gio, a forme che sente in particolar modo sue a ni. Ecco quindi che per meglio approcciare lo Chopin tardo, giunto già (poco più che trentenne!) alla saggezza di una piena maturità espressiva, non può esserci modo migliore che a rontare la quarta Ballata op. 52, il quarto Scherzo op. 54 o appunto la terza Sonata op. 58, forse l’ultimo capolavoro pianistico di ampio respiro di questo compositore. Completata nel 1844, poi pubblicata l’anno seguente, la Sonata in Si minore riesce a suggellare in sé una particolare perfezione formale – che l’ascendenza classica della forma sembrava ancora richiedere – con una capacità ‘narrativa’ del discorso che più volte si fa intima confessione, dialogo dell’io con il mon- do, attraverso uno spettro sonoro capace delle più rifratte e tenere coloriture. Come nel frusciante crepitio dello Scherzo, di mendelssohniana memoria, fresco e veloce come un vento d’estate, o ancor più nel Largo: un’aria d’opera, appena dischiusa – fra i tasti – nel ‘volo’ vocale di una melodia giusto appena cullata dal suo accompagnamento. Anche se l’apertura viene qui a data ad un cupo Si minore, è un Si maggiore disteso e quasi oltremondano che continuamente compare, nella sua calma estaticità, tra le pagine di questo capolavoro. Pur alter- nandosi al suo omologo minore, più buio (nel primo e nell’ultimo movimento), o allontanandosi a dialogare con tonalità più lontane come il Mib dello Scherzo o il Mi maggiore del Largo, questo particolare colore sonoro rimane comunque costante, sempre riemergendo dalla materia in continua espansione, quasi ne fos- se uno psicologico centro di gravitazione emotiva. Quanto cupa e drammatica era stata la Sonata seconda, quell’op. 35 che sei anni prima tanto aveva sconvolto i contemporanei (“musica della morte”, dell’informe, dell’abisso), tanto quest’op. 58 sembra invece votarsi ora ad una serena grandezza, non aliena certo di om- bre o dolori, ma tutta pervasa di un’e usione dolcissima, di una purissima luce.

Molte sono le analogie tra il magistero chopiniano e l’arte di Sergej Rachmani- nov, tra i massimi pianisti-compositori russi a cavallo tra Otto e Novecento. Forse più di tutte, però, non è mai ricordata abbastanza quell’intuizione che fu in grado – con una sincerità che ha del miracoloso – di mantener viva l’estetica romantica ottocentesca, sin dentro al secolo nuovo: la poetica cioè del pianoforte come “emulo della voce in teatro”. Certo le simbologie sonore abbondano nell’opera di un compositore come Rachmaninov (si pensi all’acqua-memoria, alle nostal- giche campane, al canto degli uccelli, alla notte…), ma più di tutte – sublimata nell’inesausta ricerca di una ‘melodia in nita’ – è la voce che torna qui, intima, viva, così fragilmente umana. Nel 1896, quasi cinquat’anni dopo la morte di Chopin, il giovane Rachmaninov è già tra i migliori esponenti della nuova ge- nerazione del concertismo russo. Nell’evoluzione che lo porterà ad emergere con la sua forte personalità artistica, sono i sei Moments musicaux op. 16 la tappa forse, tra tutte, più fondamentale per la sperimentazione (sia gestuale quanto so- nora) che tanto caratterizzerà il Rachmaninov maturo. Acme di una convergen- za stilistica, tra i più elevati ed estremi, è in questi sei ‘quadri dell’animo’ che, là dove le possibilità timbriche e virtuosistiche dello strumento sono condotte allo spasmo, lo sprofondamento nell’introspezione diviene occasione di squilibrio sincero, di un coraggio in certo qual modo violento, totale. Di fronte all’intimità di un abisso, che il giovane uomo scorge dentro di sé, Rachmaninov libera una voce che qui soprattutto confessa qualcosa, ponendosi a nudo. Dopo un simile sforzo, di lì a un anno il compositore dovrà non a caso a rontare una durissima crisi creativa, uscendone poi solo tre anni più tardi (col secondo Concerto per pianoforte e orchestra), grazie anche all’aiuto dell’ipnosi psicoanalitica. Il Rach- maninov che ne riemergerà ‘guarito’ non sarà più il giovane irruento di un tem- po, ma un uomo maturo che aveva ormai trovato la verità della propria intima voce, pronto quindi a intraprendere il proprio cammino artistico e spirituale.

Nicolò Rizzi

Giulio de Padova

Giulio De Padova, classe 1986, è considerato uno dei pianisti più interessanti della sua generazione.  Dotato di un suono  di rara bellezza, vanta un repertorio considerevole compresi i 12 studi trascendentali di Liszt  eseguiti in diverse città italiane.  All’età di 8 anni viene ammesso al Conservatorio Pergolesi di Fermo nella classe di E. Belli,  conseguendo il diploma  accademico di II livello con lode e menzione d’onore. Contemporaneamente amplia le sue conoscenze musicali frequentando  seminari e masterclass con A. Jasinskij, L. Berman, Lukas Vondracek, Paul Lewis, Cristina Ortiz, Pierre Laurent Aimard,  Enrico Pace, Benedetto Lupo, Lilya Zilbertstein, Vincenzo Balzani  Gianluca Luisi e Giuseppe Andaloro).  Affascinato dalla Nuova Musica seguirà con interesse i seminari di Marco Di Bari, Gilberto Cappelli, Fabio Vacchi,  George Flynn,  Adriano Guarnieri.  Nel 2009 ha frequentato l’anno accademico presso la scuola di Francoforte sul Meno  sotto la guida di  Frau Catherine Vickers.  Ha al suo attivo oltre 100 recitals solistici e con orchestra, in particolare al  Teatro dell’Aquila di Fermo dove ha eseguito  il 1′ di Chopin, il 1′ e 5′ di Beethoven.  Nel 2014 incontra il M’ Coppola  incoraggiandolo a dare dimostrazione del suo talento.  Da qui otterrà tra l’altro il Primo Premio Assoluto nei seguenti Concorsi Nazionali e Internazionali:   al 27° Concorso “Città di Albenga”, al Concorso “Giulio Rospigliosi”, al Concorso al Concorso “Giuseppe Martucci ” ,  al Concorso “Domenico Scarlatti”, al Concorso “Pietro Argento”,  secondo premio al Concorso  Internazionale per Pianoforte e Orchestra di Cantù aggiudicandosi anche il premio speciale come miglior interprete del  Concerto di Ludwig Van Beethoven e in ultimo Primo Premio Assoluto al Concorso Gaetano Zinetti  “ Categoria Solisti.”  al  Livorno Piano Competition al ” Golden Award of Music” di New York e “Special Price” per la migliore interpretazione di  Rachmaninoff, al Primo Concorso Internazionale “City of Vigo. ”  di Spagna al Delia Steinberg di Madrid  (unico Italiano a vincerlo in 36 edizioni) e in ultimo al Premio Pianistico  “ Silvio Bengalli ”  della Val Tidone.  In giuria di diversi Concorsi Internazionali con nomi illustri dello scenario pianistico tra cui Riccardo Risaliti, Oleg Marshev,  Marco Di Bari, Daniel Rivera, Simone Pedroni.  A breve uscirá l’intervista sul mensile Suonare News riservata proprio per la  grande attivitá Concorsistica riscontrata in questi ultimi tre anni e i futuri impegni, tra i più rilevanti i Concerti con l’Orchestra  Sinfonica della Radio di Budapest  presso la Academy of Music di Budapest  invitato direttamente dal Maestro Tamás Vásáry  quale Direttore d’orchestra, con l’Orchestra di Bucarest e al Teatro Municipale di Piacenza con il secondo Concerto di Rachmaninoff e  vari Concerti solistici in tutto il mondo tra cui Cina e America. In  progetto la registrazione dei 12 Studi Trascendentali per la casa Spagnola discografica KNS Classic.

Artista ospite Andrea Papini

“ Quello che serve deve essere misurato e pesato con cura. Solo ciò che è sensibile può essere sottoposto alla trasformazione, per cambiare pelle si procede per sottrazione.
La materia appartiene all’artista vivente, appartiene a chiunque sappia usarla e si trovi tra lo spazio che va dalla mano destra alla mano sinistra.”

2016 Consumano La Terra Le Ombre (installazione Scultura) Silenzio (installazione Scultura sonora)

2017 Opera Al Nero Sei Teste e Dodici Mani (Scultura)