Enrico Pace

DOMENICA 7 OTTOBRE ORE 17.30 CAPPELLA DEI CONTADINI

Concerto di Apertura MuFe 2018

Enrico Pace

presentazione a cura di

installazione di

pianoforte

Nicolò Rizzi

Lia Panichi

sold-out_1
programma-enrico-pace
programma-enrico-pace-2

Note di Sala

Titolo in effetti curioso quello di ‘Bagatella’, anche se meno inusuale di quanto si potrebbe poi credere, dacché tra Sette e Ottocento viene più volte impiegato come sinonimo alternativo per piccole miniature di genere, con rimando sicuro a titoli come i Momenti musicali o i Preludi (tanto per fare un esempio). Sempre comunque componimenti ch’è ad ogni modo possibile far risalire ad una ‘microcosmogonia’, a volte del quotidiano, altre volte di un personale – magari travagliato – percorso interiore. “Cose di poco o nessunissimo conto, bazzecole, minuzie” re- cherebbe con ogni probabilità un qualsiasi dizionario italiano. E l’ascoltatore beethoveniano che ora qui invece si aspetti una doverosa smentita, magari per una qualche recondita simbologia, adombrata da un titolo furbescamente ingannatore, in nome insomma di una grandeur che non può certo abbassarsi alle “buone piccole cose, di pessimo gusto” (come scriveva Gozzano)…ben spiace dirlo: rimarrebbe deluso. Valgano del resto le parole stesse di Beethoven, che in margine al terzo e suo ultimo ciclo di Bagatelle op. 126 annotò di suo pugno per sottotitolo: “Ciclus von Kleininkeiten” (“Ciclo di piccolezze”). Kleininkeiten che ritornano con certa regolarità nel catalogo beethoveniano; limitandosi a quelle degnate di un numero d’opus si pensi alle sette Bagatelle dell’op. 33, alle undici dell’op. 119, che ascolteremo giusto stasera, sino alle sei in ne dell’op. 126. Si aggiungano poi i Werke ohne opuszahl (WoO, lavori cioè “senza numero d’opera”), tra i quali ovviamente spicca per sua postuma fama la celeberrima Für Elise, anch’essa una Bagatella in verità. La questione del numero d’opera, spesso assente in molti lavori, soprattutto nel primo Beethoven, pare indicativa di un fatto importante proprio a capire l’essenza di lavori come il ciclo dell’op. 119. Quando Beethoven compone con il numero d’opus pensa ovviamente di includere la composizione “nella serie numerica delle mie opere maggiori” (come si può leggere in una lettera ai suoi editori Breitkopf e Härtel), in caso contrario ci troviamo di fronte a componimenti pensati per soddisfare le esigenze alla moda della società viennese del tempo. Eppure coi suoi ultimi lavori in questo genere qualcosa cambia e il compositore sceglie di far assurgere la Bagatella ad uno status più nobile, anche se la cosa non sarà facilmente compresa come si può leggere in questa risposta di un altro suo importante editore (Peters, di Lipsia): “è al di sotto della sua dignità che Lei passi il suo tempo a comporre delle piccolezze che chiunque potrebbe scrivere”. Certo l’op. 119 (come anche la precedente op. 33) non ha ancora quel grado di unità, di senso ciclico concluso, che verrà poi invece raggiunto solo con l’ultima raccolta; qui infatti emergono con una scol- latura i primi cinque brani (che sappiamo risalenti ai primi anni del secolo) rispetto ai seguenti che sono di ben vent’anni più tardi. Una strana contrapposizione si crea, tra una prima porzione del ciclo, più leggera e briosa, ed un’altra più astratta, meditativa, pensosa, di quell’umor riflessivo che in Beethoven tenderà sempre più ad imporsi, negli anni a venire.

La notte del 27 febbraio 1854 il compositore Robert Schumann si allontana per strada, solo, in preda ad amnesie e allucinazioni sonore, dovute al violento aggravarsi di un disturbo bipolare, con ogni probabilità di carattere maniaco-depressivo. Giunto in riva al Reno vi si getta a piè pari, e il tentato suicidio sarebbe stato fatale se non fosse che dei barcaioli, passando nei pressi, l’avevan notato e gli salvarono la vita, ripescandolo dal ume. In conseguenza di un gesto così disperato, attorniato dalle preoccupazioni di qualche amico e della moglie Clara, il musicista verrà internato nel manicomio di Endenich, presso Bonn. (Ironia della sorte a poche miglia quindi dalla casa natale di Ludwig van Beethoven). Scivolando lentamente nella follia, che due anni più tardi se lo porterà via, de nitivamente, uno Schumann in preda ad incubi e allucinazioni sogna gli spiriti di Mendelssohn e Schubert, riuniti in consesso al suo ca- pezzale, che nel buio gli dettano il tema dell’ultima sua composizione. Le Geistervariationen WoO 24, note appunto come “Variazioni sul tema degli spiriti”, constano di un bellissimo tema, che par quasi un corale, seguito da cinque variazioni che sono quintessenza stessa del pensiero schumanniano, anche se forse distorto dalla malattia. (O, forse proprio per questo, ormai disarmato invece, ancor più libero e sincero, dinnanzi alla ne). Altra amara ironia: il tema, a suo dire dettatogli in sogno, si rivela come derivazione dal suo stesso Concerto per violino, completato pochi mesi prima che la malattia lo vincesse. Siamo quindi di fronte al secondo dei casi di cui si parlava poc’anzi; una miniatura pianistica qui intesa più come introspezione, intima confessione sonora prima che il vuoto si divorasse mente e animo di questo tormentato genio romantico.

Da questa visuale l’aver scelto ora Brahms, come autore successivo per questo programma, permette di continuare un poco quest’interpretazio- ne, quasi psicanalitica. Fu proprio il ‘Tema degli spiriti’, infatti, ad esser ripreso da Johannes Brahms in una serie di Variazioni per duo pianistico, a quattro mani, pubblicata come op. 23 nel 1861, ultimo omaggio all’a- mico scomparso. Amico a ettuoso, invero, maestro ed anche protettore – questo era stato Schumann per il giovane Brahms, agli inizi della sua precoce e fulminea carriera. Ma non solo. Dopo lunga amicizia ed assidua frequentazione, in casa Schumann Brahms non aveva solo trovato una guida sicura ma anche l’amore, purtroppo però nella moglie del mentore, Clara. Com’è facile immaginare, la situazione divenne ben presto impos- sibile, anche se mai intervenne uno sgarbo od un torto, mai un ranco- re. Eppure quanto dolore, quanta frustrazione si accumularono in anni. Nell’invidia di Robert, per la brillante carriera della moglie (anch’essa gran concertista), nell’amore di Brahms, per la moglie dell’amico, nel disagio di Clara, stretta in un triangolo di a etti, e di delusioni. Se la dedica dell’op. 23 fu per Julie, glia degli Schumann, l’anno della morte di Robert (il 1856), Brahms cominciò anche le undici Variazioni su tema originale op. 21, che completerà nel 1861 con dedica ‘ideale’, nascosta all’unica donna della sua vita (si veda l’ultima pagina con una citazione ulteriore, questa volta dal lied Der Wanderer di Franz Schubert, sulle parole “Là, dove tu non sei”). Dedica musicale e stilistica, quindi, all’amico scomparso – dedica sublimata, al contempo, a un amore impossibile, per quella che Brahms stesso ebbe a definire le sua opera “più filosofica”, in assoluto.

Molte sono le raccolte lisztiane, ma forse nessuna quanto le Harmonies poètiques et religieuses è al contempo così inafferrabile e rivelatrice. Di cile in e etti è trovarla eseguita, per intero, in sede di concerto: troppo diseguali paiono infatti i dieci componimenti che va- riamente la compongono. Ciclo imperfetto, quindi, disorganico, quanto e più ancora delle Bagatelle beethoveniane. Ma che squarci imprevisti vi s’aprono! Che densità di parola, spirituale e al contempo biogra ca! In primo luogo è da considerarvi l’ispirazione, letteraria, così tipica in Liszt e poi di usa tra gli autori romantici. Ed è Lamartine, il poeta del- la religione, ad aver qui suggerito al pianista ungherese la confessione accorata, qua e là anche troppo (come in Invocation), che non riesce proprio a contenersi, anche un poco turbando il nostro gusto moderno. O che dire poi del Pensée des morts? Con quelle sinistre inquietudini da tombe cimiteriali, coi mormorii del ricordo, e lo stridio del dolore… O di Funerailles? Dove un’orrida marcia di ottave sconquassa la tastiera, memoria funerea del 1849 (anno di morte di Chopin, e della fallita rivoluzione ungherese, nel cui disastro Liszt perdette molti amici lonta- ni). Una musica, quindi, che anela farsi poesia, ma anche poi sublimare se stessa per esprimere tutto l’inesprimibile dell’umano sentire. Ecco quanto Beethoven ricercava nei suoi ultimi anni di vita, ciò che forse Schumann intraudiva tra le tante voci, che gli impazzavano in testa, quel che di umano Brahms provava a salvare, dall’oblio della morte. Tutto ciò anche Liszt lo sapeva, e cercava, ma lo seppe riassumere – qua- si per caso – con parole eccellenti: “Quanto più la musica progredisce, si sviluppa, si libera, sempre più tende a diventare non più semplice com- binazione dei suoni, ma un linguaggio poetico, più adatto forse della stessa poesia a esprimere ciò che ci spalanca orizzonti inconsueti, ciò che ci sfugge all’analisi, tutto ciò che s’agita nelle profondità inaccessibi- li dei desideri imperituri, dei presentimenti, del nostro stesso in nito”.

Nicolò Rizzi

Enrico Pace

Enrico Pace è nato a Rimini, ha studiato con Franco Scala al Conservatorio di Pesaro, dove si è diplomato anche in composizione e direzione d’orchestra. Si è perfezionato all’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola con Lazar Berman e Boris Petrushansky. Suo prezioso mentore in seguito è stato il didatta belga Jacques de Tiège.

Dopo la vittoria del primo premio al Concorso Internazionale ‘Franz Liszt’ di Utrecht nel 1989, Enrico Pace si è esibito in rinomate sale da concerto quali il Concertgebouw di Amsterdam, il Teatro alla Scala di Milano, la Herkulessaal di Monaco di Baviera, la Philharmonie di Berlino. È stato invitato a suonare in numerosi Festival internazionali, tra cui Lucerna, Salisburgo, Edimburgo, La Roque d’Anthéron, Rheingau e il Festival Pianistico di Brescia e Bergamo. Molto apprezzato come solista, ha suonato con orchestre prestigiose, come la Royal Orchestra del Concertgebouw, la Filarmonica di Monaco, la LSO di Londra, la BBC Philharmonic Orchestra, l’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia di Roma, la MDR-Sinfonieorchester di Lipsia, l’Orchestra Filarmonica di Varsavia.

Enrico Pace ha collaborato con numerosi direttori d’orchestra fra cui spiccano Roberto Benzi, Gianandrea Noseda, Zoltan Kocsis, Kazimirz Kord, Mark Elder, Lawrence Foster, Janos Fürst, David Robertson, Vasilij Sinajskij, Stanislav Skrowaczewski, Bruno Weil, Walter Weller e Antoni Wit. Agli impegni solistici affianca un’intensa attività cameristica; ha collaborato fra gli altri con le violiniste Liza Fertschman e Akiko Suwanai, la clarinettista Sharon Kam, i violoncellisti Daniel Müller Schott e Sung-Won Yang, il Quartetto Prometeo, la cornista Marie Luise Neunecker, il baritono Matthias Goerne e il contralto Sara Mingardo. Ha preso parte a diversi Festival di Musica da Camera tra cui quelli di Delft, Risør, Stavanger, Kuhmo, Stresa e Moritzburg. Forma stabilmente un duo pianistico con Igor Roma.

Si esibisce regolarmente in recital con il violinista Leonidas Kavakos. Il loro progetto dedicato alle sonate di Beethoven per violino e pianoforte si è concretizzato in un’incisione integrale per la Decca e nell’assegnazione del Premio ‘Abbiati’ della critica italiana. Enrico Pace ha instaurato anche una fruttuosa collaborazione con il violinista Frank Peter Zimmermann. Assieme hanno inciso la Sonata n. 2 di Busoni e le sei Sonate per violino e tastiera BWV 1014-1019 di Bach. Nel 2013 è uscito un cd dedicato ad Hindemith. Come solista ha inciso il primo e secondo libro (Svizzera e Italia) dagli Années de pèlerinage di Franz Liszt.

Artista ospite Lia Panichi

Nasce a Controgurra (Teramo) il 14 agosto 1960. Si diploma al Liceo Classico ‘Giacomo Leopardi’ di Civitanova Marche. Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Macerata. Frequenta un Master in Economia e gestione della Moda a Penne (Pescara). Partecipa alla 3a Rassegna ‘Il Teatro incontra…’ e alla 2a Rassegna Musicale al teatro ‘B. Mugellini’ in veste di presentatrice e con una propria collezione di abiti. È presente per tre edizioni nella Giuria della rassegna teatrale ‘Premio Città di Potenza Picena. Nel 2003 è presente al teatro ‘B. Mugellini’ con un proprio spettacolo che unisce Moda, Musica e Poesia. Collezionista di libri di Moda, segue con interesse l’arte nelle sue molteplici forme: eventi espositivi, concerti, teatro.

Il luogo come ispirazione per realizzare un abito.

Il luogo inteso come lavoro ed esperienza.

Al MuFe mi sento un “interprete” che esegue

una partitura. Realizzare un abito è come comporre

un pezzo musicale.

Ideare, Ricercare, preparare, Eseguire. 

La mia formazione è stata la grande abilità di

una madre sarta.

La curiosità e la vocazione per ciò che è manualità,

come espressione di capacità, hanno determinato

la scelta del mio mestiere.